“I terroristi sono miei fratelli”, di Luciano Piras – recensione di A. Soddu

 

“I terroristi sono miei fratelli.
Don Bussu, il cappellano che piegò lo stato”.
Di Luciano Piras
Pag.205
andel@sedizioni, 2013

 

Nelle sue lettere ai re e governanti del mondo, scritte a partire dal 1867 ad Adrianopoli, il mistico iraniano Bahà’u’llàh scriveva: “Un solo atto di giustizia è dotato di tale forza da innalzare la polvere a tal punto da farla salire oltre il cielo dei cieli. Può strappare ogni legame e ha il potere di ristorare la forza spenta e svanita…”

Ne “I terroristi sono miei fratelli” di Luciano Piras, giornalista della Nuova Sardegna e scrittore (La favola del re storpio, 1999; Istentales: la musica dai cieli di Barbagia, 2003; Lodè: storia e storie, 2004; Liberi dentro. Istentales: un tour nelle carceri, 2010), è descritto, appunto, un atto di giustizia: quello che ha cambiato il corso della storia di una nazione e la strada tortuosa della vita di alcuni dei personaggi che di tale atto sono stati i destinatari, quello la cui forza è stata tale da “innalzare la polvere” e trasformare dei cuori umani.

Autore di quell’atto, andato oltre le intenzioni,  è stato don Salvatore Bussu, classe 1928, sardo, direttore del settimanale della diocesi nuorese “L’Ortobene” e cappellano del carcere nuorese di massima sicurezza di Badu  ‘e Carros fino al dicembre del 1983.

Luciano Piras trae spunto dalla vicenda che vide coinvolto il sacerdote per affrontare, a volta in asciutto ed essenziale stile giornalistico, a volte in forma di intervista al protagonista, una disamina del sistema carcerario italiano e proporre una visione critica, senza essere distruttivo, dello Stato e della Chiesa di quegli anni, con frequenti incursioni nei nostri giorni.

L’epoca nella quale la vicenda si colloca è quella dei famigerati anni di piombo del terrorismo operato dalle Brigate Rosse.

“Per una singolare coincidenza quasi tutti i quotidiani del 28 dicembre 1983 riportavano in prima pagina l’immagine di Papa Wojtyla seduto faccia a faccia  dinanzi al suo attentatore Ali Agca in una cella di Rebibbia,  a Roma. Nelle pagine interne, invece, ospitavano diversi servizi sullo scandalo sollevato da un umile prete di periferia, don Salvatore Bussu: il cappellano del supercarcere nuorese di Badu  ‘e Carros che si era schierato apertamente dalla parte dei terroristi che da poco meno di un mese digiunavano per protesta contro l’ordine costituito, lo Stato”. (pag.9)

L’attività pastorale di don Bussu si intreccia con le vite di nomi famosi del terrorismo di quegli anni: Alberto Franceschini, Claudio Pavese, Massimo Gidoni, Rocco Micaleto, Francesco Bonisoli, Roberto Ognibene. I sei, detenuti nella sezione speciale del carcere barbaricino di Badu  ‘e Carros, iniziarono il 7 dicembre del 1983 a rifiutare il cibo, per protesta per “le condizioni disumane in cui vivevano, decisi a lasciarsi morire” (pag. 30). Dopo avere inutilmente tentato di dissuaderli, don Bussu compie il gesto clamoroso di consegnare al vescovo di Nuoro e all’agenzia giornalistica ANSA una lettera, nella quale comunica la decisione di interrompere il servizio pastorale al carcere finché non si instauri “un trattamento conforme ad umanità e sia assicurato il rispetto della dignità della persona come vuole l’articolo 1 dell’ ordinamento penitenziario del 1975” (pag. 19).

Un gesto che trova ampia risonanza  negli strumenti d’informazione e induce i vertici dello Stato a discutere del problema e trovare una soluzione.

Sorprendentemente,  la decisione di don Bussu, che, lungi dall’ appoggiare le attività sovversive che hanno condotto i sei detenuti al regime carcerario,  mira invece a mettere in pratica i princìpi del vangelo e ad applicare il diritto, ottiene anche l’effetto di indurre alcuni di questi reclusi a un profondo intimo cambiamento,  come riportato dall’ attività epistolare intercorsa in seguito col sacerdote.

Le conseguenze di quello che, nel proposito di don Bussu, fu solo un atto di equità e coscienza, andarono ben oltre le aspettative dello stesso e offrono all’attento cronista Luciano Piras lo spunto per una discussione,  tuttora aperta, riguardante i concetti di giustizia e diritto, il sistema carcerario italiano e gli aspetti più intimi della vita dell’ essere umano, nonostante le amare conclusioni,  che lasceremo alla curiosità del lettore,  presentate nella postfazione di Piero Mannironi, giornalista anch’egli, che pure ebbe modo di conoscere il sacerdote.

Il libro di Luciano Piras è un interessante spunto di riflessione e un reportage di anni difficili,  indelebili nel ricordo dei cittadini che ne furono spettatori,  così come dei protagonisti della vita politica e intellettuale dell’ epoca. Anni che dovrebbero costituire un monito, sembra essere l’implicito suggerimento, a non abbassare la guardia ed evitare di ricreare, ai giorni nostri, condizioni di vita che possano indurre alcuni a prendere esempio per riproporre soluzioni estreme come quelle che furono del terrorismo di allora.

 

Annalisa Soddu, 22 Marzo 2014

 

Piras

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